QUESTIONE DI STILE

I fatti e gli accadimenti degli ultimi tempi ci spingono ad interrogarci su una importante “questione”, punto di domanda di tante lavoratrici e tanti lavoratori del Banco di Sicilia post carve-out.
Qual è lo “stile” comportamentale praticato dai vari capi e capetti? Stile old Banco o new Style Unicredit?
I lavoratori ex BdR o ex Unicredit di qualche Direzione Commerciale (sarà sempre quella “pluridecorata” e nota per l’atteggiamento irrispettoso nei confronti dei lavoratori?) ne sono certi. Bisbigliando tra di loro, alla fine delle sempre più ricorrenti riunioni, ufficialmente indette per valutare i risultati commerciali raggiunti ma con la vera occulta finalità di spingere alla vendita, scuotendo la testa e con l’espressione sconcertata (come dar loro torto?) dicono: ”è questo lo stile del nuovo Banco?”, riferendosi alle espressioni arroganti usate da qualche (ir) responsabile, alle sue urla, al linguaggio anche “sboccato”, alle minacce (non tanto velate) di trasferimento in caso di mancato raggiungimento degli obiettivi, insomma a tutti quei comportamenti ed atteggiamenti assunti, in barba alla tanto declamata “carta di integrità”, per far “vendere vendere vendere” .
Dal canto loro i lavoratori di provenienza Banco – parimenti sconcertati per tale modus comportamentale – consapevoli di avere subito più che una convergenza uno stravolgimento delle modalità lavorative senza un adeguato supporto formativo, una riorganizzazione aziendale portata avanti mortificando professionalità e azzerando tanti percorsi di carriera, si chiedono, costatando la distanza tra gli intenti dichiarati soprattutto dalla Carta di Integrità e la gestione concreta delle risorse, infarcita di vessazioni e priva di un minimo di trasparenza, in particolare in merito allo sviluppo professionale, se non sia proprio questo “lo stile Unicredito”, cioè né forma né sostanza.
Noi riteniamo, invece, che non sia un problema di stile (caso mai di mancanza di stile!) ma piuttosto di una gestione aziendale (soprattutto delle risorse umane), che viola accordi, in alcuni casi anche norme contrattuali e pertanto assolutamente inaccettabile da qualsiasi latitudine e longitudine aziendale provenga.
E’ più che mai necessario, alimentare una “cultura comune”, che dia senso e significato alla parola “rispetto” ma reciproco, che si traduca in condivisione degli obiettivi e adozione di comportamenti (STILE) conseguenti per il loro raggiungimento.
Occorre aprire un tavolo di confronto dove si possa discutere di:

– linguaggio e metodologia della comunicazione, etica della vendita e pressioni commerciali, che siano soltanto delle sollecitazioni non “vessatorie”, secondo consolidate “prassi” di ‘bon ton’, di stile di vita, di lavoro di squadra, di senso di appartenenza aziendale, per portare avanti e insieme un progetto e forse anche degli obiettivi commerciali possibili e raggiungibili;

– formazione professionale, fin’ora assolutamente inadeguata rispetto alla portata dei cambiamenti organizzativi in corso e alle riconversioni professionali richieste.

E’ vero che ci vuole un ‘tempo per ogni cosa’, ma il management aziendale non può favoleggiare ogni giorno che tutto procede bene e che problemi non ce ne sono.
Per questo e tanto altro chiediamo a viva voce PIU’ STILE, perché forse un pizzico più di stile ci possa far credere ancora di essere in una “BANCA”.

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