Bancari sull’orlo di una crisi di nervi

Bancari sull’orlo di una crisi di nervi

Nel corso della passata settimana la direzione aziendale ci ha informato di un suo nuovo progetto che non condividiamo.
A partire dagli uffici GCN, Contabilità e Regolamenti all’Ingrosso (ma, se l’esperimento dovesse essere coronato da successo, già si pensa ad altri uffici e ad altri Poli), verrà attuato, da parte della psicologa aziendale, un intervento mirato a fornire ai colleghi alcuni strumenti per affrontare l’attuale fase di continuo cambiamento. I lavoratori dovrebbero aderire all’iniziativa su base volontaria e sarebbero divisi in gruppi di 4 o 5 per alcune sedute da tenersi in orario di lavoro. L’Azienda presenta tutto ciò come una sorta di formazione mentre a noi, francamente, sembra che ci si avvicini di più ad una forma di psicoterapia di gruppo.
E’ forse utile fare un passo indietro.
In questa Azienda si è cominciato a parlare di un intervento di carattere psicologico già nel 2004. Le proposte di allora erano del tutto diverse: si parlava infatti non di psicologi ma di counselors. Esaminando la letteratura tecnica disponibile, scoprimmo che si trattava di figure non regolamentate dalle legge italiana e partorite dalla fertile immaginazione anglosassone con lo scopo, esplicitato senza tanti giri di parole, di motivare i dipendenti a produrre profitti sempre più e sempre meglio. I destinatari di questa stravagante proposta sarebbero stati i colleghi più “problematici”, individuati con oscuri procedimenti. Ci opponemmo allora con grande vigore a questa ipotesi, ne contestammo la legittimità e l’opportunità, la criticammo perché non garantiva la volontarietà e la riservatezza degli interventi e perché ravvisavamo la possibilità di un odioso isolamento che si sarebbe poi potuto attuare nei confronti dei colleghi oggetto dell’attenzione dei counselors. Dopo molte polemiche l’Azienda riconobbe la fondatezza di tutte le nostre osservazioni. Non ne venne però accolta una alla quale attribuivamo grande rilievo: se l’iniziativa doveva proprio essere fatta, si ricorresse a professionisti esterni. Volevamo infatti garantire che l’intervento dello psicologo rispondesse unicamente ed esclusivamente a regole di deontologia professionale e non fosse caratterizzato da quei vincoli di subordinazione gerarchica che il nostro Contratto di Lavoro ed il Codice Civile impongono ai dipendenti. L’Azienda preferì andare per la sua strada, rinunciare sì ai counselors ed optare per psicologi iscritti all’Albo professionale, ma provvedere ad una assunzione diretta.
Riteniamo che il progetto ora presentatoci costituisca un passo indietro anche rispetto a quella impostazione.
Ci sono almeno tre punti da evidenziare.
Primo: di volontario ad UPA ormai è rimasto solo il numero delle zollette di zucchero da mettere nel caffè. Dire un sacrosanto “no” almeno una volta nella vita (diventeremo mai grandi?) è considerato non un elementare atto di democrazia, ma attività potenzialmente sovversiva e comunque disdicevole ai fini della carriera. Prepariamoci alla prossima overdose di “spontaneità”.
Secondo: non si sa quanto dureranno gli incontri con lo psicologo. Due, tre, dieci sedute? “Dipende” ci viene detto. Da che cosa? Probabilmente dal tempo necessario a prendere le misure a chi, questi cambiamenti, li vive peggio.
Terzo: ma chi l’ha detto che il disagio davanti al cambiamento (Romania e delocalizzazioni, per esempio) sia il sintomo di un malessere psicologico da curare e non sia piuttosto l’esito di una analisi socialmente fondata? Non bastano i road-show e allora si ricorre alla motivazione impartita a piccoli gruppi?
Vogliamo anche ricordare che l’Azienda, sollecitata ad esplicitare l’entità e la natura del “cambiamento”, non ci ha fornito risposte esaustive.
Non siamo pregiudizialmente contrari al fatto che vengano messi a disposizione di colleghi che attraversano momenti difficili della vita lavorativa anche aiuti di carattere psicologico. Abbiamo anzi avanzato non una, ma ben tre proposte alternative: vengano fatti seminari collettivi aperti a tutti; oppure si individuino fasce orarie nelle quali i colleghi che lo desiderino possano, volontariamente, autonomamente ed in forma riservata, colloquiare con lo psicologo; o, infine, ci si rivolga a consulenti esterni, concordemente individuati. Questa del consulente esterno è un’ipotesi da fuggire come la peste per attività lavorative propriamente dette, ma è del tutto apprezzabile in casi come questi, di dimensione ed orizzonte ben diversi.
Che fare? Nel terzo millennio il Sindacato non può limitarsi a dare suggerimenti e consigli e non può nemmeno proporre solo chiavi differenti di lettura della realtà. Deve fornire tutele e garantire diritti.
Pertanto: chi vuol dire “no”, lo dica senza timori, certo del nostro sostegno. Chi si sente costretto a dire un “sì” controvoglia, ce lo segnali immediatamente per un nostro opportuno intervento. Chi ha anche solo l’impressione che, in corso d’opera, la proposta di fornire un sostegno psicologico al cambiamento stia assumendo pieghe diverse, faccia un veloce salto da noi al 5° piano (sperando, che con la forza del pensiero, perfino gli ascensori si mettano a funzionare).

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